Convegno sulla Chresis (5/19) - Patres

Vai ai contenuti

Menu principale:

Convegno sulla Chresis (5/19)

La nostra attività
UN METODO PER IL DIALOGO FRA LE CULTURE
La chresis patristica
 
Riflessioni sul recente Convegno organizzato da “Patres”
 
 

L’imminente pubblicazione della traduzione italiana del libro di Christian Gnilka, ΧΡΗΣΙΣ Chrêsis. Die Methode der Kirchenväter im Umgang mit der antiken Kultur, I. Der Begriff des rechten Gebrauchs, Basel 20122, costituisce per noi del gruppo di “Patres” – che abbiamo da tempo instaurato un rapporto di amicizia e di collaborazione con l’illustre studioso tedesco – l’occasione per svolgere un’approfondita discussione – nella prospettiva multidisciplinare e aperta al confronto tra l’antico e il moderno che ha sempre caratterizzato i nostri convegni di studio – su quest’opera così significativa e relativamente poco conosciuta fuori dall’area di lingua tedesca. Siamo convinti che i contenuti e il metodo dell’impresa scientifica avviata molti anni fa da Gnilka con la prima edizione di questo volume (1984) meritino la più grande attenzione degli studiosi, specialmente oggi, nell’attuale temperie culturale, e risultino particolarmente utili e pertinenti a un dibattito sullo statuto e sul senso delle discipline storico-filologiche che professiamo, quanto mai necessario nella situazione di profonda crisi in cui esse versano.
 
Metodo e contenuto, nell’opera di Gnilka, si legano strettamente in una prospettiva fortemente unitaria, sulla base di un concetto alto ed esigente di filologia come critica pienamente corrispondente alla natura del rapporto del cristianesimo dei Padri con la cultura greca e latina. «Philologie und Christianisierung» è il titolo apposto dall’autore al capitolo introduttivo del libro: in esso egli osserva che «pressoché ogni attività filologica è nella sua essenza confronto, esame e vaglio». La filologia è di conseguenza nella sua essenza critica, o meglio – per evitare l’espressione banale – diacritica (fondata sulla distinzione e orientata alla capacità e volontà di distinzione». D’altro canto, «la metamorfosi della cultura mediterranea prodotta dalla religione cristiana è da parte sua [...] il risultato di un lavoro selettivo, esaminatore, osservatore e vagliatore, in breve, di uno sforzo diacritico». C’è dunque, nella concezione proposta da Gnilka, una relazione profonda, anzi una «parentela di essenza (Wesensverwandtschaft)» tra filologia e cristianesimo, che dà luogo, nello studio del rapporto tra il cristianesimo e il mondo antico, a un’intima corrispondenza tra la filologia come scienza e il processo di cristianizzazione che è oggetto di quella scienza. L’intuizione di questa parentela essenziale tra filologia naturaliter christiana, se così possiamo dire, e carattere “filologico” del cristianesimo nel suo rapporto con le realtà mondane, è uno spunto di riflessione di grande interesse, che a nostro avviso merita di essere ripreso e ulteriormente svolto.
 
Ampie analisi di testi sono condotte da Gnilka senza indebite commistioni o interferenze tra piani diversi né tantomeno forzature ideologiche e strumentali del loro dettato. Sarebbe perciò sbagliato ridurre ad un preambolo irrilevante ed estraneo all’impostazione della ricerca ciò che, in limine ad essa, nella presentazione della prima edizione, dice Johannes Dörmann, là dove parla di «un interesse particolare per la cristianizzazione dell’antichità greca e romana», da intendersi non «come fuga dal presente al passato, ma come una “discesa ai Padri”, per conquistare nello smarrimento del nostro tempo dei criteri per l’evangelizzazione del mondo di oggi, criteri per una Chiesa missionaria, che combatte come Chiesa locale in differenti culture per la sua identità cristiana e culturale, che come giovane Chiesa nel Terzo mondo è esposta ad un rapido cambiamento culturale, e che come Chiesa universale si muove contro un irritante policentrismo culturale». Parole forti ma coerenti con l’esplicita rivendicazione che Gnilka fa, sulla scorta di Paul Hacker, di un «missionswissenschaftliche Gesichtpunkt» nello studio del rapporto tra cristianesimo e mondo greco-romano, che non va però fraintesa in senso angustamente confessionalistico ma piuttosto presa come un’acuta provocazione a riflettere sull’orizzonte di senso entro cui si colloca il lavoro dello storico, provocazione che vale per tutti e non solo per lo studioso che sia credente, se non vogliamo che esso si inaridisca in ricerca erudita, angusta e priva di significato per il presente e per il futuro.
 
E’ importante che il tema della chrêsis sia indagato innanzitutto dal punto di vista generale della sua definizione come categoria storiografica, sia in rapporto al suo retroterra filosofico, giuridico e medico nell’ambito della tradizione greca e romana, sia nel confronto con altri concetti ad essa legati e ugualmente presenti nella riflessione patristica, come quello, contiguo ma semanticamente assai diverso, di synkatabasis sia nella differenza, più volte sottolineata da Gnilka, rispetto ad altri termini variamente impiegati dalla critica moderna, come “reimpiego/risistemazione” (Umnutzung, Umbesetzung), “simbiosi” (Symbiose), “sincretismo”, o mimesis, che non hanno «nulla della distanza critica, della forza, dell’attenzione, dell’autonomia che distinguono il concetto di chrêsis nella filosofia e nel pensiero dei Padri». In questa prospettiva, è centrale il nesso con un altro concetto, quello di krisis, che è già stato oggetto di studio nei due precedenti convegni bolognesi organizzati da Patres nel 2013 (Crisi e rinnovamento tra mondo classico e cristianesimo antico) e nel 2016 (Krisis e cambiamento in età tardoantica. Riflessi contemporanei), di cui quello che ora si presenta costituisce il naturale sviluppo. Krisis designa un passaggio imprescindibile nella complessa operazione culturale del “retto uso”, perché dal punto di vista dei Padri se il mondo appare come buono, in quanto creato da Dio e perciò pienamente fruibile dal cristiano, esso è però segnato dall’impronta dell’idolatria e della menzogna del peccato, che deforma le cose, le priva della disposizione naturale voluta da Dio e le “profana”. Perciò «il cristiano, in relazione ai beni materiali e spirituali della propria cultura, si vede continuamente costretto a una κρίσις; e da questo distinguere, giudicare e ponderare si manifestano con intima necessità i concetti dell’“usare rettamente” e dell’“usare male”». È questa «diakritische Energie» della fede dei Padri il motore della chrêsis.
 
Un altro aspetto interessante dell’opera in questione, che merita a nostro avviso di essere ripreso e discusso, proprio perché può apparire “fuori moda”, è la decisa presa di posizione a favore di una concezione della storia che mette al centro il soggetto umano e la sua cosciente libertà, considerando la “cultura cristiana” risultante dalla chrêsis come frutto del giudizio consapevolmente elaborato da grandi personalità cristiane, piuttosto che come prodotto sociologico di comportamenti collettivi indotti e veicolati da forze anonime. Ciò non significa, peraltro, dimenticare l’importanza di acquisizioni della prospettiva storiografica attuale, come l’attenzione ai dati della cultura materiale e il crescente interesse per “gli uomini comuni”: pertanto, la prevalente caratterizzazione storico-filologica delle ricerche, imperniate su una rigorosa esegesi dei testi degli autori considerati, non esclude affatto anzi prevede la sinergia con contributi volti ad indagare l’applicazione della chrêsis ad altri contenuti, inerenti alla vita materiale, alla produzione artistica, alle istituzioni giuridiche e politiche ed alle pratiche sociali.
 
Qualche sintetico cenno al convegno di cui a breve si pubblicheranno gli Atti può dare indicazioni su nozioni e prospettive individuate.
La relazione tenuta da Ch. Gnilka ha avuto come tema la valutazione che i cristiani diedero della cultura classica e il tentativo di comprendere le motivazioni con cui giustificarono gli apporti positivi. La presenza di concezioni “vere” è determinata dalla consapevolezza che la verità è un dato oggettivo, inerente alla stessa natura umana e, nel contempo, è l’esito della dipendenza dalla Bibbia ebraica. L’importanza della krisis rimane comunque fondamentale dal momento che i demoni adulterarono tali formulazioni mescolandole con elementi di falsità. I Padri attuarono quindi distinzioni e verifiche perché le somiglianze non comportassero confusione. Significativa è stata la successiva relazione di Saverio Marchignoli che si è soffermato a considerare l’opera di Paul Hacker da cui Ch. Gnilka è stato profondamente influenzato nei suoi studi. L’indologo mise a tema il concetto di chresis, sollecitato dalla esigenza di comprendere quali fossero le modalità più adeguate per la missione cristiana in India. L’approfondimento del metodo “diacritico” e comparativo del filologo è stato il contenuto specifico dell’esposizione di Camillo Neri che si è soffermato sulle varie fasi di un lavoro che richiede uno svolgimento paziente e il rischio di una sfida finale. Lo stretto legame fra filologia e linguistica è emerso nell’esame della complessa formazione del termine chresis da parte di Moreno Morani. Lo studio diacronico e anche in questo caso comparativo, della voce verbale e della relativa semantica ha rilevato l’idea di “desiderio, di ricerca di un bene” e non semplicemente la nozione di “necessità” attribuibile a χρή: la chresis diventa quindi in ambito cristiano, secondo Morani, la percezione di una lacuna culturale e la volontà di colmarla attraverso l’usus rectus di dottrine e contenuti.  Varie relazioni analizzano la consapevolezza di quali siano le modalità dell’usus nelle opere dei Padri della chiesa. Antecedenti, dal punto di vista temporale, sono alcune interessanti formulazioni presenti in Cicerone, indicate da Alfredo Valvo: la lex garantisce il giusto uso della ratio in funzione della restaurazione della civitas. Leonardo Lugaresi coglie nell’incontro di Paolo con i filosofi greci ad Atene l’archetipo della chresis. La krisis pronunciata dall’apostolo comporta la separazione, in questo caso, del significato attribuito all’ara al dio ignoto dal riferimento usuale e il conferimento del “senso vero” con conseguente tentativo di convincimento missionario verso gli ascoltatori e dimensione di “riflessività” nei confronti dello stesso autore del giudizio. Ulteriori notazioni di questo processo sono constatabili in Tertulliano. In Clemente Alessandrino, su cui si è soffermata l’analisi di Giuliano Chiapparini, si riscontra la consapevolezza di un iter in funzione della chresis. L’uso consapevole e adeguato di un oggetto come di pratiche etiche o di concetti filosofici e teologici è frutto dell’incontro che comporta in primis la scelta, il desiderio, il possesso, cioè la gnosi. Il metodo è applicato ad extra (e la tesi del furto da parte dei Greci giustifica la presenza di parti di verità nella cultura antica e di conseguenza il loro riutilizzo), e ad intra, a causa di problematiche eresiologiche esistenti. Emblematiche le immagini del saggiatore e del cambiavalute che operano comparando e avendo come punto di riferimento il Logos. Un’interessante accentuazione sulla modalità di applicazione della chresis è riscontrabile in Gregorio di Nazianzo: J. Lieggi nota che è evidente nel Nazianzeno una syntaxis della chresis stessa caratterizzata ultimamente dai termini dell’ontologia trinitaria. Di qui anche la rilettura del rapporto fra forma e contenuto, ambedue importanti, ma concepiti secondo una dimensione relazionale. Agostino, spiega Giovanni Catapano, enuncia in De doctrina christiana, il principio della vindicatio in usum nostrum in rapporto alle discipline liberali, ai precetti morali, alle verità concernenti il culto e alle istituzioni della vita sociale. In De Genesi ad litteram sembrano dominare maggiormente i termini di un contrasto: il riferimento ai filosofi è privo di espliciti rimandi alla provenienza dei concetti dal momento che Agostino ritiene che l’autore del vero sia Dio stesso e l’esigenza di vagliare, usando il criterio della fede, è posta in particolare rilievo nella cognizione significativa che ciò che è falso nelle concezioni pagane non solo si oppone alla fede ma alla stessa cultura pagana. Eppure permane, secondo Giovanni Catapano, una continuità di posizione contrassegnata da ammonimenti e dall’uso, prevalentemente implicito, della filosofia. Esaminando vari passi di opere di Origene, Vito Limone considera come il ripensamento dell’ordinamento delle scienze da parte dell’Alessandrino introduca non un modello nuovo, ma un diverso assetto degli schemi stabiliti in precedenza in funzione della realizzazione di una comunicazione fra discipline e della cognizione di una possibile unità. Il rilievo dato da Teodoro di Raithu alle concezioni di Aristotele e di Porfirio su sostanza e accidente in raffronto alle cognizioni patristiche di ousia e ipostasi è il tema affrontato da Johannes  Zachhuber. Un caso emblematico di chresis è stato formulato da Marcello La Matina che, mettendo a tema il trattato Sullo Spirito Santo di Basilio Magno, nota come l’Autore, pur influenzato da Plutarco, colga la profonda inadeguatezza della grammatica a comprendere lo Spirito che si manifesta ed è comprensibile nella liturgia e nella presenza circostanziale. Il riferimento esplicito alla personalità di Socrate o a temi specifici legati al filosofo, presenti negli Acta martyrum, sono analizzati da Andrea Zauli come esempi di chresis: è chiaramente segnalato il rapporto di analogia a Cristo e quindi al martire. L’uso di immagini rielaborate secondo contenuti simili e nel contempo divergenti sul piano ontologico, analizzato da Ilaria Vigorelli, permette di cogliere il significato della metafora del corifeo che dall’interpretazione di Platone, secondo un processo dinamico, è riesaminato in Clemente, successivamente in Plotino, che coglie anche influssi cristiani, e in Gregorio di Nissa. Non sempre il rapporto con i testi classici dà luogo negli autori alla chresis, secondo Sonja Caterina Calzascia: la disamina di un uso specifico di Omero nella Parafrasi del vangelo di San Giovanni di Nonno di Panopoli denota  in particolare la perizia tecnica nell’utilizzo di materiale letterario.
L’indagine condotta in epoca patristica induce a interrogarsi sull’attuale possibilità di applicazione di tale criterio nei confronti delle grandi religioni viventi a  partire da documenti conciliari o magisteriali, come fa Maria Vittoria Cerutti soffermandosi in particolare sulle riflessioni di H. Bürkle che teorizza il metodo dell’usus iustus come modalità di apertura e riflessività fra religioni non cristiane e religione cristiana, a partire da elementi che, conservando il loro carattere peculiare, necessariamente, sono comprensibili se considerati alla luce dei loro contesti, come è fondamentale nell’indagine storico-religiosa.
 
 
 
 
 
 
 
 
  
           
 
Privacy Policy
 
Torna ai contenuti | Torna al menu