La legittimità del potere nella letteratura cristiana delle origini
di Alfredo Valvo


 

Una questione di grande rilievo che si pone anche oggi in termini aggiornati ma sempre, comunque, assai problematici, è quale sia la legittimità del potere che viene esercitato nel governo degli stati. Il problema, posto con diverse sfumature dalla filosofia greca che vedeva nella politica l’‘arte di essere cittadino’ (politiké techne) o con espressione recentemente proposta dalla storiografia contemporanea come il ‘mestiere del cittadino’, già al tempo di Platone (IV secolo a.C.) aveva una vasta letteratura con la quale misurarsi, ad esempio la teoria della successione degli imperi. Si trattava tuttavia di individuare una logica nello svolgimento della storia, mettendo in evidenza la successione degli imperi che erano sorti ed erano crollati, ma la questione della legittimità del potere non era posta in discussione né era ancora all’ordine del giorno.

Gli Ateniesi, i più evoluti fra i Greci e padri del pensiero occidentale (quella che oggi sembra un’esperienza remota costituisce invece l’unico punto stabile di ogni riflessione sul futuro dell’Occidente), riconoscevano comunque che la democrazia – il cui significato è ‘il potere appartiene al popolo’ – era la forma più vicina alle esigenze dell’uomo poiché consentiva a tutti di esercitare la propria personalità e di dare un contributo al governo dello stato. Anche Cicerone, espressione del pensiero romano più maturo (I secolo a.C.), ritiene che il diritto, inteso come fondamento delle istituzioni romane repubblicane, appartenga al popolo (del quale offre una sintetica ma straordinaria e insuperata definizione nel de re publica [Sullo stato]: il popolo non è un’accozzaglia di uomini che si sono trovati per caso ma un insieme ordinato di persone che hanno condiviso i principi del diritto e operano insieme per il bene comune), ma è convinto che il governo dello stato sia assicurato soprattutto dalla oligarchia senatoria, sia per l’esperienza degli uomini di stato sia perché il senato era l’istituzione alla quale tutti riconoscevano la maggiore antichità e autorevolezza, soprattutto per il legame con i capi delle antiche gentes che si erano stanziate per prime sui colli della futura città di Roma. I Romani attribuivano ai primi re le loro principali istituzioni per dare a queste il massimo credito ed è sintomatico che l’autorevolezza del senato fosse a sua volta garantita dal progenitore e primo re Romolo. Si cercava in questo modo di consolidare l’autorità senatoria. Ma dopo la conclusione dello scontro fra patrizi e plebei furono i comizi del popolo a dettar legge (letteralmente) e il senato continuò ad esercitare vasta parte del potere che aveva in precedenza. Si può quindi dire, tralasciando per brevità altri casi specifici, che dopo l’esperienza ateniese e quella romana, la questione della legittimità del potere al momento dell’avvento del Cristianesimo rimaneva sostanzialmente aperta. E lo rimase ancora per le istituzioni romane in età imperiale, come attestano le diverse leggi ‘sul potere degli imperatori’ con le quali, formalmente per volontà popolare nella sostanza per iniziativa del senato, veniva riconosciuto all’imperatore – e quindi gli era attribuito – il mezzo indispensabile per esercitare il suo potere, cioè l’imperium.

Nella lettera ai Romani Paolo, a conclusione del prologo (cap. XIII), parla dei doveri verso l’autorità: «ognuno sia soggetto alle autorità superiori, poiché non c’è autorità che non venga da Dio e quelle che esistono sono ordinate da Dio. Perciò chi si oppone all’autorità resiste all’ordine stabilito da Dio, e coloro che resistono attirano la condanna sopra se stessi. Quelli che comandano non devono esserci di timore per le buone azioni ma per quelle cattive… E’ necessario quindi che siate soggetti, non solo per paura della punizione ma anche per motivo di coscienza. Per lo stesso motivo voi dovete pagare anche le imposte: perché sono pubblici funzionari di Dio quelli addetti interamente a tale ufficio. Rendete a ognuno dei magistrati quanto è dovuto… Non siate debitori con nessuno di nulla fuorché dell’amore vicendevole.» Questo passo, avvicinato a Matteo 22, 21 (date a Cesare quello che gli appartiene), è stato spesso frainteso perché letto frammentariamente e non nella sua integrale complessità. Anzitutto Paolo stabilisce l’origine dell’autorità: essa viene da Dio. La venuta del Cristo è stata fonte di rivelazione anche per le istituzioni umane. Chi esercita il potere lo fa per un mandato divino e collabora con Dio al bene dell’umanità. Dove non c’è rispetto dell’autorità o non esiste chi la eserciti non ci può essere l’ordine stabilito da Dio. E’ significativo che ciò fosse implicito per le città del mondo antico, poiché si attribuiva la loro fondazione a una divinità o ad un eroe e ogni città aveva una divinità protettrice. Ciò che cambia è che nel disegno di salvezza cristiano anche le antiche istituzioni trovano la loro stabile posizione all’interno della vita umana, sociale e politica. Ciò implica il riconoscimento che tutto viene da Dio e tutto gli appartiene. Questo esclude che nelle parole di Paolo esista una contraddizione di fondo: cioè che l’autorità possa considerarsi autoreferenziale e perciò non debba rispondere ad altri dell’esercizio (o dell’abuso) del potere. L’esortazione al rispetto dell’autorità e quindi anche delle leggi, che dall’autorità ricevono forza, è un elemento sostanziale del comportamento del cristiano all’interno della società civile ma non esonera chi detiene il potere dal farlo in maniera legittima. Unità nel condividere i principi del diritto e cooperare al bene comune ne sono i pilastri portanti.

Nella letteratura cristiana delle origini, non ancora apologetica, i cristiani tenevano a presentarsi ai detentori del potere – nella sostanza gli imperatori romani – accreditandosi come cittadini rispettosi dell’ordine costituito (questo risponde alla richiesta dello stato romano a tutte le religioni di osservare le leggi dello stato e i buoni costumi, come leggiamo ancora nell’editto di Galerio del 311, ricordato da Lattanzio, Come muoiono i persecutori 34, 4), ma salvaguardando il principio che solo a Dio è dovuto il culto. La Lettera a Diogneto e prima ancora la Lettera ai Corinzi di S. Clemente Romano, Vescovo di Roma negli ultimi anni del I secolo, sotto l’imperatore Domiziano, sono entrambi un ‘decalogo’ per il cristiano. Nel primo documento, sotto forma di risposta al destinatario, viene delineato il comportamento del cristiano nel mondo; nel secondo viene richiamata all’obbedienza la comunità di Corinto, minacciata dalla contestazione interna. Mentre l’obbedienza favorisce la crescita ordinata della comunità, la disobbedienza rischia di allontanarla dall’ordine cosmico stabilito da Dio.

 

Bibliografia

Lattanzio, Come muoiono i persecutori, Città Nuova, Roma 2005

Clemente Romano, Lettera ai Corinzi, EDB, Bologna 1999

Anonimo del II-III sec. d.C., Lettera a Diogneto, Generoso Procaccini, Napoli 1989.

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