La lettera di Clemente Romano
e i principi dell'etica sociale della Chiesa

di Alfredo Valvo



Risultati immagini per clemens romanusclemens romanusNegli ultimi anni del I secolo d.C. Clemente, terzo successore di Pietro e vescovo della chiesa di Roma, scrive in lingua greca una lunga lettera (65 capitoli) alla comunità di Corinto travagliata da discordie intestine. La causa dei dissidi interni era stata la disobbedienza di una parte della comunità cristiana nei confronti del suo vescovo. Di questo documento letterario, il primo della religione cristiana datato, ci siamo occupati alcuni mesi fa (Il Timone nr. 93, maggio 2010). Ne riprendiamo ora l’analisi per gli aspetti etici che esso contiene.
   La circostanza offre a Clemente l’occasione di riflettere sui benefici effetti della concordia e dell’unità fondate sull’obbedienza, e invece sui danni provocati dalla disobbedienza, alla quale segue sempre la discordia. Agli esempi di discordia civile Clemente fa seguire modelli biblici di obbedienza e di fede, primo fra tutti quello di Abramo: l’inizio della storia di Israele, e anche della salvezza cristiana, è stato un atto di obbedienza. Segue l’esortazione all’umiltà e alla dolcezza, corroborata da altri esempi. Il punto centrale della Lettera è il paragrafo XX, nel quale Clemente parla dell’armonia dell’universo. La concordia viene presentata da Clemente come il principio più alto dell’ordine cosmico stabilito «dalla volontà di Dio, il Creatore, perché sia modello visibile per la vita dell’uomo e per la sua opera pacifica nella comunità».
   Quale importanza e quale eco abbia avuto la Lettera è dimostrato dal fatto che ad essa fu riconosciuto dalla comunità di Corinto valore liturgico: infatti, alcune parti di essa vennero lette per secoli come una preghiera nel corso della celebrazione eucaristica. Il contenuto è un vero e proprio compendio di etica sociale cristiana ed una esortazione a seguirne i dettami.  
   Per Clemente il modello di comportamento per i cristiani è avvicinabile all’ordine dell’universo: ogni parte vive ed è ordinata ad un fine comune; l’obbedienza di tutte le parti del cosmo (in greco,  ‘ordine’, ‘bellezza’) al disegno del quale fanno parte rende possibili la concordia e l’unità di esse. La metafora alla quale ricorre Clemente ne richiama altre simili: ad esempio l’apologo di Menenio Agrippa e la secessione dei plebei che si erano ritirati sul colle Aventino, rifiutandosi di partecipare alla vita della città. Si tratta infatti di un tema diffuso nel mondo antico sia in Grecia sia a Roma. Inoltre Clemente fa ricorso al motivo – anch’esso noto in precedenza – delle discordie intestine che provocarono la caduta di regni e imperi. Questo tema, diffuso nella cultura ellenistico-romana e presente, in diverse versioni, già in Esiodo e nel Libro di Daniele, serve a descrivere nel modo più concreto le conseguenze della discordia, generata dalla disobbedienza. Questo tema è tuttavia sottilmente polemico poiché l’ultimo regno, quello definitivo, sarebbe stato il regno di Dio, atteso da chi accoglie la religione cristiana. Anche l’Apocalisse di S. Giovanni, quasi contemporanea alla Lettera di Clemente, culmina nel trionfo finale della fede cristiana.
   La Lettera di Clemente assume quindi un peso maggiore di quello apparente perché si rivolge alla comunità dei Corinzi ma riguarda il destino di tutti i cristiani richiamandone la responsabilità nella costruzione del Regno. Essa aveva anche un peso politico poiché il comportamento che Clemente proponeva come modello ai cristiani era un monito implicito a conservare la pace all’interno della Chiesa per non destare sospetti presso le autorità civili. Chi seguirà il modello proposto da Clemente troverà misericordia presso Dio (22, 8 = Sal 31 [32], 10: «Molti sono i flagelli del peccatore, ma la misericordia circonderà coloro che sperano nel Signore») e risorgerà con Lui. Seguono l’esortazione all’obbedienza e alla disciplina, al rispetto della gerarchia ecclesiastica, a seguire l’esempio di vita dei santi e un breve richiamo al giudizio di Paolo sulle discordie (forse 1Cor). Giustizia e carità, riconoscimento delle proprie colpe e invito alla penitenza concludono la parte della Lettera relativa alla comunità di Corinto. 
   Nei capitoli 59-61 Clemente rivolge a Dio una preghiera per i governanti, la cosiddetta Grande Preghiera, la prima dei cristiani per l’autorità civile, nella quale Clemente ricorda a coloro che sono investiti del potere che ogni potere viene da Dio (cfr. Rm 13, 1-7).
   Dalla Lettera emergono la concezione cristiana del potere (da confrontare con il capitolo sui doveri verso l’autorità di Rm 13, 1-7, con quello sui doveri verso il corpo sociale di Rm 12, 3-8, e naturalmente con Mt 22, 21, il tributo a Cesare) e un atteggiamento conciliante e collaborativo della comunità cristiana nei confronti dell’autorità civile, del quale si faceva garante il capo della comunità di Roma, riconosciuto come massima autorità religiosa anche da molte chiese orientali.
   La società cristiana deve essere costituita da cittadini disciplinati come quelli di uno stato ben costruito e organizzato. Per questo Clemente richiama i Corinzi alla disciplina e all’obbedienza inserendo dopo l’esempio di Gesù, obbediente al Padre, e dei Santi Pietro e Paolo, anche l’esercito romano.
   Di poco posteriore alla Lettera di Clemente è la Lettera a Diogneto, di un anonimo autore. In essa sembrano essere affermati principi un po’ diversi da quelli che abbiamo riscontrato in Clemente ma la contraddizione è soltanto apparente. I cristiani, in realtà, sebbene «partecipino a tutto come cittadini e da tutto siano distaccati come stranieri», «testimoniano un metodo di vita sociale mirabile» (A Diogneto, 5, 4-5). Anche l’autore della Lettera a Diogneto afferma, forse riprendendo i temi della Lettera di Clemente, «Dio, signore e creatore dell’universo… ha fatto tutte le cose e le ha stabilite in ordine » (8, 7) e anche per lui «la disubbidienza uccide» (12, 2).


Bibliografia
Clemente Romano, Lettera ai Corinzi, a cura di E. Peretto, Bologna, EDB, 1999
W. Jaeger, Cristianesimo primitivo e paideia greca, trad. ital. Firenze, La Nuova Italia, 1966
A Diogneto, a cura di H.I. Marrou, Bologna, EDB, 20082.

 
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