Cultura alessandrina e paideia cristiana nel pensiero di Werner Jaeger


di Alfredo Valvo



Quanto dirò è la continuazione, da un punto di vista ‘alessandrino’, di un contributo dal titolo Cristianesimo ed ellenizzazione comparso fra i saggi integrativi all’edizione recentissima (2013) del volume di Werner Jaeger, Cristianesimo primitivo e paideia greca, ultima opera dello Studioso, scomparso nel 1961. In quello stesso anno l’opera era stata pubblicata in lingua originale inglese ad Harvard dove Jaeger era approdato dopo aver lasciato la Germania per gli Stati Uniti, nel 1936.
     Alla eco non particolarmente vivace suscitata dalle opere di Werner Jaeger, compresa la sua opera principale Paideia. Die Formung des griechischen Menschen, il cui I volume venne pubblicato a Berlino nel 1934, sfuggì, in parte, Early Christianity and Greek Paideia. Il volume contiene il testo di sette conferenze che l’A. tenne ad Harvard nel 1960; Prefazione e stampa sono del 1961. Il tema centrale è ancora il rapporto di dipendenza del Cristianesimo dalla cultura greca, in una parola la ellenizzazione del Cristianesimo. 
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In una lettera scritta nell’aprile del 1930 Werner Jaeger così esordiva: «Per me il mondo dell’antichità [classica] non è ancora giunto alla fine. Infatti si può costruire soltanto a partire dal mondo greco. Il cristianesimo ha potuto in passato e può ancora oggi trovare posto solo in esso e comprenderlo totalmente ma non sostituirlo con un’altra costruzione. Questo è ciò che ho voluto esprimere con le mie riflessioni, cioè che la cultura dell’antichità è la ‘forma’ che continua a generare la cultura europea.» (In altre parole, la cultura europea può rinnovarsi soltanto ripartendo dalle sue radici, che sono greche, romane e cristiane.) Il contesto dal quale sono tratte queste parole chiarisce il senso e il limite del pensiero di Jaeger. Di fronte alla questione sempre aperta del rapporto fra Humanismus e Christentum – fra mondo classico, in particolare greco, e cristianesimo – egli conclude che il secondo trovò già edificata una struttura, una costruzione (Aufbau) all’interno della quale poté costruire a sua volta una propria identità culturale; ciò fu possibile solo all’interno di quell’edificio né sarebbe stato possibile costruirne uno nuovo.
     Queste affermazioni di Jaeger, lasciando da parte le polemiche sulla ellenizzazione del cristianesimo, più vivaci oggi che in passato, colgono ciò che è innegabile: il cristianesimo affondò le sue radici culturali nel terreno della civiltà classica. La ellenizzazione non fu una scelta ma l’inevitabile esito della ‘maturità dei tempi’ (Gal 4, 4) anche sotto il profilo delle idee e del lessico, che è sempre l’esito di una esperienza.
     Dopo gli inizi del cristianesimo, dopo l’affermazione del Dio unico e vero, i viaggi missionari di Paolo, l’avvio della tradizione apostolica, la ricerca di un corretto rapporto col governo imperiale di Roma e il fiorire dell’apologetica, in particolare nel II secolo, il cristianesimo, pur nell’incertezza determinata dal mancato riconoscimento della fede cristiana come religio licita da parte del senato di Roma, assunse una dimensione culturale che lo poneva sullo stesso piano delle correnti più importanti della filosofia greca, tutte presenti nell’ambiente di Alessandria, che aveva sostituito Atene come centro del pensiero antico. In questo ambiente culturale, perenne laboratorio di pensiero, Jaeger afferma che la religione ebraica – che i Greci avevano incontrato ad Alessandria fin dal III secolo a.C. – poteva essere rappresentata e compresa in termini di filosofia greca, dandone così una giustificazione ancor prima di un giudizio razionale.
     Gli antichi scrittori greci parlano dei Giudei generalmente come di «una razza filosofica». A questo giudizio non era estraneo il pensiero giudaico sull’unicità del principio divino del mondo, al quale la filosofia greca era pervenuta di recente, con alcuni precedenti isolati e illuminati come Senofane di Colofone (VI-V secolo a.C.) che, come leggiamo nella Metafisica di Aristotele, «volgendo l’occhio ai cieli dichiarò che l’Uno è Dio», il più grande fra tutti gli dei e gli uomini. Da allora si sviluppa l’idea del Dio unico (senza che ciò sia già da interpretare come una affermazione di monoteismo) e la teologia filosofica prende le distanze dalla teologia popolare.
     Per Jaeger Greci e Giudei ritenevano possibile intendersi sul piano razionale. Egli afferma che «il libro sacro degli Ebrei non sarebbe mai stato tradotto e che i Settanta non sarebbero mai stati scritti, se non fosse stato che i Greci di Alessandria si attendevano di trovarvi il segreto di quella che essi chiamavano, senza disprezzo, la filosofia dei barbari.» Questa affermazione è forse paradossale ma coglie sicuramente nel segno: la curiosità, il desiderio di conoscere, la polytropia dell’anima greca avevano spinto i filosofi greci verso nuove conquiste fino a confluire in un disegno ordinato del quale Platone fu consapevole punto d’arrivo.
     La vera scienza cristiana trovò proprio nell’ambiente alessandrino, nella progressiva fusione del pensiero greco e del pensiero cristiano, i suoi interpreti maggiori: l’ebreo Filone, che applicò la filosofia platonica all’interpretazione della  Bibbia, e i due grandi Padri Alessandrini Clemente e Origene.
     Avvenne che in queste figure fuori dell’ordinario per la ricchezza del pensiero e la duttilità dell’intelligenza, educata dalla tradizione greca, trovasse spazio una sintesi complessa di due mondi che tra loro avevano imparato a comprendersi e a ragionare in termini comuni. L’apparente autosufficienza della cultura greca non poteva ignorare che il Cristianesimo offriva a una «tarda generazione di civiltà greca» il concetto che gli era proprio dell’uomo e della vita umana, ma non si può passare sotto silenzio ciò che Jaeger osserva a proposito del radicamento del senso religioso del popolo ateniese: Paolo (Atti 17, 22) ne riconosce, infatti, la profondità con parole assai simili a quelle dell’Edipo a Colono (260): τάς γ’ ’Αθήνας φασὶ θεοσεβεστάτας / εἶναι . 

Ellenizzazione
     Nella sua ultima  opera, Cristianesimo primitivo e paideia greca, Jaeger coglie un duplice itinerario della paideia greca: quello che alimenta il pensiero dei primi cristiani («la civiltà greca esercitò un’influenza profonda sul pensiero cristiano») e si riflette nel loro linguaggio, e quello che la vede collocarsi entro il nuovo alveo tracciato dal cristianesimo come una prosecuzione naturale di quella greca. La tesi di fondo di Jaeger è che la novità di Cristo sostituisce la paideia greca con la nuova paideia cristiana, senza discontinuità. L’attualità del suo pensiero sta nell’aver definito con chiarezza la ‘fenomenologia’ di ciò che chiamiamo ‘ellenizzazione’, vista sotto il profilo storico. È quindi una implicita risposta a quanti credono che si debba (e si possa) de-ellenizzare il pensiero cristiano, restituendolo alla sua primitiva purezza. L’ultimo intervento autorevole su questo tema è stato il discorso di Benedetto XVI ai rappresentanti del mondo della scienza, a Regensburg (12 settembre 2006), ricordato più per le polemiche senza fondamento alle quali ha dato luogo che per i contenuti rilevanti in materia dottrinaria, in particolare intorno all’incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco, che «non era un semplice caso» ma la «necessità intrinseca di un avvicinamento tra la fede biblica e l’interrogarsi greco». Jaeger parla dell’incontro fra due mondi, la cultura greca e la religione cristiana, nei primi secoli della nostra era. Come il lessico cristiano mutua vocaboli, espressioni, concetti dalla lingua latina e dal suo passato pagano così quello greco, in un tempo precedente, è diventato il primo strumento espressivo del pensiero cristiano. Per questa ragione il libro di Jaeger è un punto di partenza ideale per ragionare sui temi cruciali della formazione del pensiero cristiano. 
     Come il discorso di Regensburg è imperniato sul tema fede e ragione così anche il libro di Jaeger ruota, nella sua sostanza più profonda, intorno allo stesso tema. Quanto questa sensibilità dipendesse dalla formazione del giovane Jaeger non si può dire, per la riservatezza del personaggio e per la scarsa confidenza data al lettore in merito alle notizie sulla sua vita.
     L’incontro fra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso e l’incontro tra pensiero greco e fede biblica (implicitamente, tra ragione e fede), che si è attuato non soltanto nella Chiesa primitiva ma all’interno dello stesso cammino biblico, è una «necessità intrinseca». Jaeger si sofferma sul cristianesimo come filosofia: come costola del Giudaismo esso venne affrontato ricorrendo a categorie razionali perché fu interpretato come una filosofia, intesa come forma di vita (ethos), e accettare una filosofia significava in primo luogo cambiare vita: ogni filosofia implica una metanoia.
     Queste considerazioni, emergenti sulle altre, spiegano perché rileggere Cristianesimo primitivo e paideia greca e anche perché Jaeger veda nella cultura alessandrina, prima di tutto, l’opportunità, offerta dalla storia, dell’incontro delle culture, di tutte le culture dominanti al momento del kerygma, dell’annunzio cristiano. Jaeger, infatti, riscopre contenuti essenziali che non possono andare dispersi e riconosce nella paideia greca (nelle diverse accezioni che assume presso i Greci, i Giudei ellenizzati e i cristiani) il passaggio fondamentale della conversione al cristianesimo, proprio perché, come si è detto, «accettare una filosofia significa in primo luogo cambiare vita» e il cristianesimo, come il giudaismo, era considerato una filosofia perché aveva come sua ragion d’essere l’annunzio della verità. Il metodo seguito dai filosofi, cioè il modo di ricercare la verità, era una scelta di vita (con le estreme conseguenze imposte dalla coerenza, come insegna Socrate); era una cosa seria che non aveva a che fare con le superficiali divinità dei Greci ma con l’autentica religiosità degli uomini.

L’incontro fra cultura greca e religione cristiana
     Jaeger si sofferma ampiamente sul tema centrale del suo lavoro, che anche lo introduce: la diffusione del kérygma al di fuori dei confini della Palestina, che trasformò il cristianesimo in fenomeno ecumenico. Essa fu resa possibile dal mondo unificato dalla cultura e dalla lingua greca. A tal proposito Jaeger richiama J.G. Droysen, che intese l’età ellenistica come un periodo storico unitario e come visione culturale d’insieme; egli «aveva compreso che, senza questo svolgimento post-classico della cultura greca, sarebbe stato impossibile il sorgere di una religione cristiana universale» che da lì ha tratto le linee più significative della sua storia iniziale. Jaeger aggiunge che la cristianizzazione del mondo di lingua greca significò allo stesso tempo la ellenizzazione della religione cristiana. L’esito finale fu la definitiva fusione del pensiero greco con la fede biblica. Per questo, forse, come gli hellenistái – i Giudei ellenizzati che accolsero per primi il messaggio evangelico e se ne fecero poi, a loro volta, annunziatori – anche noi “non possiamo non considerarci ellenizzati”.
     La comunanza di lingua e di tradizione, di stile di vita e di educazione – cioè la paideia dei Giudei ellenizzati – è stata il tramite per la comunicazione iniziale e immediatamente successiva della religione cristiana. In questo quadro unitario ma complesso la presenza di Paolo è decisiva. Paolo era cittadino romano di nascita (At 22, 28), fariseo per scelta, di vastissima cultura, soprattutto di impronta greca, ma doveva conoscere anche la lingua latina. Lo fanno presumere la sua formazione a Tarso, crocevia di culture e importante città commerciale, la posizione occupata nella comunità ebraica prima della conversione, che lo metteva a contatto con l’autorità romana, e indirettamente anche un passo di Svetonio, il quale, nella Vita di Claudio (16, 2), racconta che l’imperatore non tollerava l’ignoranza della lingua latina da parte di un cittadino romano.
    Paolo costituì il punto d’incontro di queste tre culture: quella ebraica, quella greca e quella romana. Egli è il maggiore rappresentante della cultura ecumenica del suo tempo e Jaeger sottolinea il significato ed il valore esemplare dell’episodio di Paolo che presenta la religione cristiana agli Ateniesi dell’Areopago (At 17, 21 ss.).
    Possiamo immaginare le sottili discussioni sull’Antico Testamento con i rappresentanti della cultura ebraica, sostenute in lingua greca perché nella maggior parte dei casi l’Antico Testamento, dal quale traeva origine ogni spunto esegetico, da una parte e dall’altra, era citato nella traduzione greco-alessandrina dei Settanta. Il ricorso ad una lingua comune – quella greca – consentiva a tutti coloro che ascoltavano e accoglievano la fede cristiana di comprendere e di comprendersi reciprocamente. Jaeger sottolinea il fatto che tutti citavano l’Antico Testamento nella traduzione greca dei Settanta e che tutta l’attività missionaria di Paolo è basata su questo fatto. Credo che si possa affermare una sorta di “necessità intrinseca” dell’ellenismo.
   In questo clima di non sempre facile intesa operarono, tra II e III secolo, i riconosciuti fondatori della filosofia cristiana: gli alessandrini Clemente e Origene. La novità di essa, che Jaeger sottolinea, consisteva nel ricorrere alla speculazione filosofica per sostenere una «religione positiva»: la teologia o ‘filosofia prima’ non era il punto di arrivo della libera elaborazione del pensiero ma «prendeva come punto di partenza una rivelazione divina contenuta in un libro sacro, la Bibbia». Così scrive Jaeger, il quale rileva come sia stato merito dei Padri Alessandrini, soprattutto della teologia di Origene, aver salvato l’Antico Testamento dalle critiche radicali che tendevano ad escluderlo perché considerato blasfemo nei confronti della più antica tradizione scritta dei Greci. Origene ricorreva ad una triplice partizione del testo nel quale scorgeva un significato letterale, uno storico e uno spirituale. Iniziava così al livello più alto l’esegesi delle fonti bibliche. Nel corso di tutta la sua vita, ricorrendo sistematicamente alla filosofia – soprattutto quella platonica, che applicava nella lettura delle scritture trasformandola implicitamente in teologia – egli operò in modo da trasferire i contenuti della Bibbia sul piano spirituale, impedendo che venissero intaccati i principi che stanno alla base della paideia cristiana, che Origene considerava la «maggior forza educativa della storia». Su questi solidi fondamenti filosofici e di metodo sorse in Alessandria una scuola di pensiero cristiana che, grazie ad Origene, rappresentò la continuità non solo ideale ma concreta della filologia alessandrina fiorita secoli prima. Jaeger osserva, in sintesi, che «il pensiero di Origene conduce ad una vera e propria filosofia della storia», o piuttosto a una teologia della storia, assai poco coltivata dal pensiero greco. Ciò era l’esito, implicito ma imprevisto, del «fondersi della religione cristiana con l’eredità del pensiero greco». In definitiva, per Origene e la sua scuola, la misura di tutte le cose è Dio e la paideia cristiana è l’adempimento della divina provvidenza.
     La scuola di Alessandria, della quale si è solo succintamente trattato a proposito di Origene e Clemente, vide fra II e III secolo la nascita della teologia cristiana cioè «la fase più importante nelle relazioni fra cristianesimo e cultura greca».
     Con diverse modalità e ricorrendo a generi letterari di evidente derivazione greca Clemente esortava ad adottare un proprio sistema di vita in sintonia con gli insegnamenti cristiani. La paideia cristiana, senza negare valore a quella greca, affermava la propria superiorità e favoriva la nascita di una cultura unitaria che avrebbe ben presto assunto i caratteri di una civiltà cristiana.
     Parallelamente alla predicazione apostolica e alla diffusione della religione cristiana prendeva forma anche una letteratura “cristiana” che ricorreva ai generi letterari in voga, come le epistole, sul modello dei filosofi greci, ma assumeva progressivamente una propria autonomia, ricorrendo spesso a nuove forme di pubblicistica religiosa. Forme e contenuti della predicazione di Paolo e degli Apostoli erano sostanzialmente quelli dei filosofi greci perché, almeno nelle apparenze, essi contendevano loro la bontà delle loro filosofie opponendo la rivelazione cristiana; l’accoglienza del dogma, la propria religione, si concretizzava nella esortazione della quale abbiamo l’esempio più chiaro nell’Eutidemo platonico, e poiché l’adesione ad una filosofia comporta, come si è detto, prima di tutto un cambiamento di vita, una metanoia, anche il termine “conversione” deriva dal lessico platonico.
     In definitiva, ancora una volta si dimostra vero ciò che Jaeger affermava: «Il cristianesimo poteva in passato e può ancora oggi trovare posto solo nel pensiero del mondo antico [die Antike] e comprenderlo totalmente, ma non sostituirlo con un’altra costruzione». La conclusione alla quale Jaeger perveniva era che dall’incontro del cristianesimo coi Greci (è una sfumatura, ma significativa, di Jaeger) «dipese l’avvenire del cristianesimo come religione del mondo». Paolo è visto come l’antesignano – in una prospettiva anche contemporanea – del superamento della classicità ancora vitale dell’ellenismo («anche taluni dei vostri poeti hanno detto: “di Lui noi siamo la stirpe”»: At 17, 28, citando il poeta ellenistico Arato) attraverso l’annunzio della Verità rivelata («quello che voi adorate senza conoscerlo, io ve lo annunzio»: At 17, 23). La possibilità di un’intesa, sia concettuale sia lessicale, passava attraverso la scelta della tradizione filosofica greca, fondamento della paideia antica, e il cristianesimo ne rappresentava la continuazione ideale. L’antica paideia introduceva la nuova e ne diveniva strumento.





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