La scoperta del vero e la nascita della storia

di Alfredo Valvo

La storia non è solo un genere letterario. Chi la considerasse tale in assoluto farebbe un passo indietro di molti secoli (circa 25!). Se ricorriamo al termine “storia” e intendiamo per “storia” la disciplina che studia l’insieme delle vicende umane dobbiamo rispettare certe condizioni per il suo impiego poiché accade spesso, parlando di storia, che si usi il termine impropriamente.
   Prima che la storia incominciasse a progredire e diventasse una scienza (siamo nell’ambito della Grecia classica) esistevano racconti e testimonianze, in prevalenza orali, che raccoglievano quanto si conosceva del passato; i racconti, in buona parte favolistici, conservavano confusamente la memoria del passato, e scopo principale di coloro che mettevano per iscritto questo materiale (in Grecia si chiamavano logografi) era quello di stupire (ricorrendo al thaumastón, il meraviglioso).
   Questi materiali, tuttavia, non erano stati criticamente vagliati. La storia, invece, è l’esito di una ricerca orientata a conoscere i fatti del passato come sono realmente accaduti: sua intrinseca motivazione è la ricerca della verità, perché non si cerca ciò che è falso ma ciò che è vero. La ricerca storica risponde perciò ad una esigenza insita nella stessa natura umana: la ricerca del vero. Il punto di partenza della ricerca storica è un fatto innato: accanto alla ricerca del vero c’è il bisogno avvertito di lasciare traccia di sé e di costituire così un ponte fra passato e futuro poiché senza la testimonianza del presente si interromperebbe la continuità del progresso umano.  
     Talvolta neppure noi comprendiamo la differenza che c’è fra un’opera d’arte e un’opera di storia (possono coincidere). ‘Libri’ di storia sono letti come opere d’arte: un esempio è rappresentato dalla “Grande roccia” di Naquane (Capodiponte, Valcamonica), sulla quale sono state incise più di 800 immagini, con una sequenza cronologica precisa.
     Lasciare traccia di sé sotto varie forme rivela sempre una volontà di dialogo con chi viene dopo, una continuità ideale ma concreta con l’umanità successiva; lasciare traccia della propria esistenza rappresenta un messaggio diacronico sul quale si innestano gli eventi successivi. Non si può non ricordare che la ricerca della Verità – quella assoluta: la verità sull’uomo, che coincide con la risposta alle sue domande sul senso della sua esistenza – ha alimentato lo sforzo di molte generazioni lungo molti secoli, e la filosofia greca ne è stata la protagonista: per Aristotele il concetto di “filosofia prima” coincide con la teologia, la ricerca di Dio. Paolo, in At 17,16-34, che non può mai essere dimenticato (anche se frequenti letture “ideologiche” passano sotto silenzio questo episodio) ufficializza la fine di questa ricerca annunziando ai Greci, ai gentili, che l’attesa è finita, i tempi sono maturi (Gal 4, 4): il Figlio di Dio si è fatto uomo. La ricerca condotta dal mondo greco era durata quasi un millennio! Tutte le basi del ragionamento e gli strumenti della conoscenza erano stati posti in essere, ma senza un intervento divino nella storia non sarebbe stato possibile giungere alla Verità, come riconosce lo stesso Platone (Fedone, cap. 35), e ci si sarebbe dovuti accontentare di ciò che i filosofi greci avevano pallidamente intuito.

   La menzione di Paolo, figura culturalmente fra le più elevate di sempre e in particolare del suo tempo, evoca un altro instancabile ricercatore della verità: il filosofo Seneca. La tradizione relativa al carteggio fra Paolo e Seneca, le due personalità più eminenti del loro tempo, testimonia – pur restandone impregiudicata l’autenticità – la riconosciuta grandezza dei due personaggi, uniti da una uguale tensione verso la Verità e accomunati dal desiderio di ricerca del vero. Il desiderio di conoscere era un mastice in grado di avvicinare persone di cultura diversa ma ugualmente protese verso il compimento della loro umanità, che restava monca senza una risposta, senza la risposta. Ciò avveniva nel mondo antico assai più spesso di oggi. A Seneca, la cui personalità è quasi un paradigma della inesausta sete di conoscenza, si può applicare la definizione di ‘cristiano anonimo’ (K. Rahner): cioè il suo pensiero è coincidente con quello cristiano su questioni di fondo, ideali e morali.
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   Per essere concreto distinguerò le parti del seguito del mio discorso ricorrendo ad alcune citazioni e affermazioni che costituiscono momenti di passaggio verso la conoscenza storica, cioè verso il riconoscimento del vero, e che attengono precisamente alla progressiva coscienza di ciò che noi intendiamo per “storia”. 
     Prima di tutto cosa vuol dire e cosa è connesso col termine, col concetto di “storia”? Esso ha la stessa etimologia di gr. ístōr e istōría (lt. historia è un calco dal greco) e l’evoluzione del suo significato ha come punto di arrivo quello di “giudizio critico” (non è un giudizio morale)Solo partendo dal greco se ne comprende appieno il significato: “ho visto” (gr. oĩda, che ha la stessa radice di ístōr e istōría: ṷid-) e quindi “so” (cfr. lt. novi). Il messaggio è questo: so perché ho visto; uno può dire di sapere solo se ha visto. L’unica possibilità di una conoscenza certa è l’autopsia.
     I Romani non hanno mai considerato la storia come la intendiamo noi; per i Romani la storia era  soprattutto opus oratorium maxime (Cic. De legibus I 5), funzionale all’oratoria (peraltro la più nobile delle attività umane perché l’oratore sorregge col suo pensiero e la sua esortazione la civitas) e quindi strumento della politica (che per i Romani coincide col “mestiere di cittadino”). Non c’è una matrice critica, non c’è un giudizio su ciò che è vero e ciò che non è vero (almeno come preoccupazione prioritaria di stabilire la certezza degli avvenimenti). H. Bengtson afferma che la storia, come la intendevano i Romani, era strumentale alla lotta politica: essi continuavano a tavolino la lotta politica cominciata nel Foro.
     Un giudizio critico non può essere un giudizio morale. La storia non è giudice degli avvenimenti ma ricostruisce gli avvenimenti («la storia non è un tribunale: il suo compito è solo comprendere, non nel senso di giustificare ma in quello di capire “dal di dentro” e “in profondo”» sentenzia F. Cardini). La ricostruzione non deve alterare ciò che si è accertato. Purtroppo, come asseriva Momigliano relativamente alla storia antica, questo è un campo promettente per i ciarlatani, intendendo la faciloneria di certe ricostruzioni storiche (Le regole del giuoco nello studio della storia antica, 1974, più volte ristampato).
     Quando e perché nasce la storia? La storia nasce come coscienza critica, cioè fondata sulla ragione, e come bisogno di conoscenza, quindi come tensione alla verità. (E’ il caso di rammentare l’espressione di S. Tommaso Ens et verum convertuntur: condizione per l’intelligibilità del reale). Questa tensione è implicita, innata nell’animo umano come legge uguale per tutti gli uomini, iscritta nella loro natura, con diversi livelli di coscienza e di comprensione, e soprattutto diverse capacità di avvicinamento alla realtà umana. Per Dante la conoscenza e la virtù stanno sullo stesso piano, come qualità proprie dell’uomo; virtute e canoscenza sono le due coordinate che distinguono l’uomo da tutte le altre creature; non esiste virtù, cioè umanità, senza conoscenza: un termine non sostituisce l’altro. E’ compiuto solo chi può giudicare perché conosce (la verità); non esiste l’uomo compiuto senza conoscenza; il compimento di sé è fondato, condizionato, reso possibile dalla conoscenza.

     Virtù: da vir, in sintesi il cittadino, colui che sostiene e si fa carico della civitas, struttura più elevata, luogo per l’esercizio della libertas, ambito privilegiato della solidarietà: civitas e libertas non si possono disgiungere perché vivono una dell’altra (Cicerone, De re publica e pro Caecina, passim). Per comprendere le virtù del civis: Cicerone, De officiis e De re publica, soprattutto il VI libro, il Somnium Scipionis, che Dante conosceva molto bene.
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     Ecateo di Mileto (che scrive intorno al 500 a.C.) afferma per la prima volta decisamente (fr. 1 Jacoby): «Queste cose scrivo come a me sembra siano vere; poiché i racconti degli Elleni sono molti e, per quello che a me sembrano, risibili». Come spiega Erodoto (II 143-144), l’osservazione di Ecateo sorge per il contrasto, evidente, fra le sedici generazioni che sarebbero intercorse, secondo la tradizione, fra Ecateo e il primo degli antenati, un dio, che come gli altri capostipiti condivideva la sua presenza con gli uomini (l’espressione «camminavano sulla terra» rende ciò pienamente comprensibile), e le 345 generazioni prima della sua quando gli dei regnavano sull'Egitto. Questa incongruenza abissale, che avrebbe fatto trasalire chiunque avesse avuto un po’ di buon senso – diremmo noi – solo allora divenne, applicata razionalmente alla evoluzione storica, motivo di riflessione sull’attendibilità delle notizie delle quali Ecateo disponeva, mentre prima essa apparteneva ad un “vero fantastico” (apparente), in assenza di un “vero storico” (reale), poiché la categoria / il concetto di storia non si era ancora ‘stabilizzato’.

     Il concetto di storia non era stato ancora definito nella sua accezione: in età omerica e anche esiodea la storia semplicemente non esiste come tale, anche se l’Iliade è un misto di vero fantastico e di vero storico. Il vero storico è stato distinto dal vero fantastico grazie all’archeologia: la scoperta della città di Troia e di tutto ciò che venne rinvenuto dallo Schliemann a corredo delle rovine, ed Esiodo conosce il fluire temporale della storia attraverso la successione degli imperi, in progressivo decadimento. (S. Accame, Perché la storia?, Brescia 1979).

     Il rapporto diretto degli dei con gli uomini, appartenente al vero fantastico, ha anch’esso una sua più che naturale giustificazione nella nostalgia di questo passato, come espressione del senso religioso che c’è in ogni uomo. Il salto di qualità avviene quando si passa al giudizio, che è l’espressione più alta della razionalità di cui l’uomo è capace.

     Aggiungo due considerazioni. Nella ricerca della Verità come ricerca della conoscenza di Dio i Greci davano il primato alla filosofia, tanto è vero che essi chiamavano filosofi tutti coloro che intraprendevano il cammino di pensiero verso la Verità, intesa come ricerca della conoscenza di Dio. Anche gli Apostoli presso il mondo giudaico-ellenistico erano conosciuti come filosofi.
     La vita, la morte e la resurrezione di Gesù sono fra gli eventi storici meglio documentati grazie ai Vangeli, agli Atti, alle lettere di S. Paolo. Per questa ragione una parte della critica storica intorno a questi eventi parte (intenzionalmente?) da presupposti sbagliati, come la prevalenza del genere letterario sul contenuto storico delle opere; così facendo si cerca di destituire di fondamento l’attendibilità degli scritti neotestamentari che, invece, sono databili a pochi anni dopo la morte e la resurrezione di Cristo, precisamente agli anni della predicazione di Pietro e Paolo, di Giovanni, Matteo, Marco e Luca (Vangeli e Atti degli Apostoli). Secondo questa critica non sarebbero da considerare storici i Vangeli e gli altri testi canonici neotestamentari perché scritti molti anni dopo la predicazione di Cristo, la sua morte e la sua resurrezione (sarebbero stati conosciuti per sentito dire e non per esperienza diretta o comunque contemporanea o vicinissima agli avvenimenti), tacciandoli di partigianeria ed escludendoli in questo modo dalle fonti attendibili (si tratta invece, come in pochi altri casi nella storia antica, di testimonianze primarie, autoptiche).
 
     Erodoto, di qualche decennio più giovane di Ecateo, fa un ulteriore passo avanti. Nel suo racconto delle guerre contro i Persiani egli si domanda: perché? Fondamento di ogni ricostruzione storica è la ricerca delle cause (Storie, Prologo): «Questa è l’esposizione delle ricerche di Erodoto di Turi, perché le imprese degli uomini col tempo non cadano in dimenticanza, né le gesta grandi e meravigliose delle quali hanno dato prova sia i Greci sia i barbari rimangano senza gloria, e inoltre per mostrare per quale causa vennero a guerra fra loro». La riflessione sul passato si precisa: ogni evento, oltre al contenuto della memoria e della fama, non accade per caso, ha sempre un “perché”.
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     Come si perviene alla verità? La storia nasce, come si è detto sopra, come coscienza critica e come bisogno di conoscenza; ma la sua tensione alla verità deve essere sostenuta da regole, valide per tutti, che garantiscano la possibilità di distinguere ciò che è vero da ciò che è falso. Il metodo è l’insieme di queste regole per pervenire alla verità, che è unica. Non si può alterare la verità: la verità è sempre una sola; non si può alterare la verità tanto più se si tratta della Verità; il relativismo è contro la ragione perché la verità non può essere che una. Questa tensione al vero e, in definitiva, alla Verità, è richiamata in modo originale da Platone (nel passo del Fedone ricordato sopra), il quale afferma che all’uomo non è possibile conoscere la Verità, e solo se la divinità getterà una zattera agli uomini per attraversare il mare sarà a loro possibile conoscerla: Platone attende un o piuttosto il kerygma cristiano. Un’analoga tensione si ritrova in Euripide, il quale, distaccandosi dalla religiosità ‘passiva’ dei tragici precedenti, mette in bocca ai protagonisti delle sue tragedie domande esistenziali destinate a rimanere senza risposta, soprattutto l’attesa di una verità ancora sconosciuta che l’uomo aspetta da sempre: è giusto parlare per entrambi di praeparatio evangelica: una anticipazione del kerygma (D. Barsotti, Dal mito alla verità. Euripide «Profeta» del Cristo, 1992; J. Ratzinger, Fede verità tolleranza. Il Cristianesimo e le religioni del mondo, Siena 2005). E’ «maturità dei tempi» anche questa attesa della cultura pagana, sostenuta dalla certezza che sarebbe stata soddisfatta (altrimenti l’impresa della conoscenza non valeva la candela: essa avrebbe prodotto ben presto frustrazione e scetticismo, e presto o tardi si sarebbe interrotta… Ma poteva interrompersi la ricerca della Verità?).

     Due Verità, cioè due verità assolute, non possono sussistere: con la sola ragione e i raffinati strumenti di conoscenza della filosofia greca si poteva arrivare ad affermare l’esistenza e l’unicità di Dio (il filosofo Senofane di Colofone, vissuto nel VI secolo a.C., affermava che «uno solo è il dio, il più grande fra tutti gli uomini e gli dei»; il Concilio Vaticano I commina la scomunica a chi afferma che con la sola ragione non è possibile affermare l’esistenza di Dio).
     Nella ricerca della verità – sia con la ‘v’ minuscola sia con la ‘V’ maiuscola – un capitolo a sé stante è costituito dalle leggi non scritte, cioè dalla legge naturale. Le leggi non scritte costituiscono il piano oggettivo, perché valide per tutti, sulle quali si può fondare ogni costruzione umana, e nessuna costruzione umana (legge positiva) può ignorarle, contraddirle o mutarle. Esse vengono prima di ogni altro vincolo e rappresentano bene l’uguaglianza degli uomini di fronte a Dio (vedi più avanti). A dimostrazione che le leggi non scritte costituiscono un costante elemento di confronto del comportamento umano, esse sono un motivo dominante del pensiero antico e lo sono anche del pensiero attuale. S. Paolo Rm 2, 14-16: «se dei pagani che non hanno la Legge, fanno, per natura, quello che prescrive la Legge, sono legge a se stessi, pur non avendo la Legge; dimostrando così che i dettami della legge sono scritti nei loro cuori, come ne fa fede la loro coscienza coi suoi giudizi, la quale, volta per volta li accusa o li difende»; poi Sofocle, Antigone; Tucidide, II 37 (Epitaffio dei caduti pronunziato da Pericle nel 461 a.C., che descrive le caratteristiche del sistema di governo ateniese, la democrazia): «senza danneggiarci esercitiamo reciprocamente i rapporti privati, e nella vita pubblica la reverenza soprattutto ci impedisce di violare le leggi, in obbedienza … alle istituzioni poste a tutela di chi subisce ingiustizia, e in particolare a quelle che, pur essendo non scritte, portano a chi le infrange una vergogna da tutti riconosciuta»; S. Agostino, Confessioni 2, 4; Platone, Critone, Fedone, Apologia; Cicerone, De re publ. III 22, 3; J. Ratzinger, Senza radici, Milano 2004, p. 67: «che esistano valori che non sono modificabili da nessuno è la vera e propria garanzia della nostra libertà e della grandezza umana; la fede cristiana vede in ciò il mistero del Creatore e della condizione di immagine di Dio che egli ha conferito all’uomo». 
     Nell’elaborazione del suo pensiero, alla ricerca del ‘metodo’ da applicare al buon governo e di un criterio valido per tutti per giudicare se le leggi sono giuste oppure no, Cicerone dà uno spazio rilevante al diritto naturale (De legibus  I 12, 33; 16, 44). Le leggi non scritte, il diritto naturale, sono l’elemento di congiunzione fra gli uomini perché l’uguaglianza del sentire e del giudicare li rende uguali davanti a Dio; tutti possono comunicare col “sommo dio” (espressione di Cicerone) attraverso la ratio, la ragione, ricevuta come dono straordinario, finalizzato a questo scopo. Nella ricerca della verità abbiamo dei punti di appoggio stabili e comuni rappresentati dal diritto naturale. Esiste una fraternità fra gli uomini che Cicerone mette in forte evidenza e le leggi sono giuste solo se rispettano il diritto naturale (cfr. ancora De legibus). Sulla questione della priorità e della immutabilità della legge naturale si è soffermato nuovamente Benedetto XVI nel suo discorso al Bundestag, il 22 settembre 2011. Benedetto XVI  ha proposto di lanciare un dibattito sull'ipotesi che esista davvero o no un ordine morale oggettivo nella natura e nell'uomo che possa considerarsi fondamento delle leggi.

     La ragione, attraverso il metodo, guida gli uomini verso il riconoscimento di ciò che è veramente accaduto (nozione di critica storica: cfr. Tucidide I 22, riportato più avanti) distinguendolo da ciò che potrebbe essere accaduto (verosimile): la verosimiglianza non è un criterio per ricostruire la storia, non fa parte del ‘vocabolario’ dello storico, e quindi non serve per conoscere con certezza la verità. La storia non si ricostruisce attraverso ciò che è verosimile, altrimenti non c’è più spazio per ciò che è inverosimile ma che può essere vero. La possibilità che un evento sia realmente accaduto non dipende dalla sua verosimiglianza: che Dio si facesse uomo non era verosimile (mentre per gli antichi sarebbe stato verosimile il contrario, cioè che un uomo fosse assimilato agli dei, se essi lo avessero voluto, perché dipendeva da loro decretare l’apoteosi). Il tentativo di ricostruire la storia – e quindi di pervenire alla verità, parziale o totale – non può prescindere da un metodo corretto.
   La scoperta del metodo storico è un fatto decisivo per la storia. Il metodo (storico) non è convenzionale ma è determinato dagli avvenimenti: è l’oggetto dell’indagine che determina il metodo (Giussani, Il senso religioso). Il metodo, se è corretto, è valido per tutti coloro che hanno lo stesso oggetto di indagine, e quindi il metodo storico è uguale – non per convenzione ma, se si può dire così, ontologicamente – per tutti coloro che vogliono conoscere il passato e cercare di ricostruirne gli eventi. La storia dunque ha una oggettività invincibile, non superabile dalle ideologie. Essa non può essere ‘dialettizzata’ ma ha una dimensione assoluta: quella della verità.
     La ricostruzione storica è diversa dalla interpretazione della storia. La prima cerca fondamenti sicuri perché tende alla verità, la seconda è costituita da un rapporto variabile soggetto-oggetto condizionato in gran parte – e talvolta anche di più – dal soggetto. 

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     Esempi emblematici di applicazione del metodo storico 1.  Tucidide, I  22, 2, per primo afferma: «I fatti concreti degli avvenimenti di guerra non ho considerato opportuno raccontarli informandomi dal primo che capitava, né come pareva a me, ma ho raccontato quelli ai quali io stesso fui presente e sui quali mi informai dagli altri con la maggior esattezza possibile». Tucidide è animato prima di tutto dalla preoccupazione di non falsare la verità storica. Ma è ancora più importante ciò che segue (22, 3): «Difficile era la ricerca, perché quelli che avevano partecipato ai fatti non dicevano tutti le stesse cose sugli stessi avvenimenti, ma parlavano a seconda del loro ricordo o della loro simpatia per una delle due parti. (4) L’assenza del favoloso [thaumastón] in questi fatti li farà apparire, forse, meno piacevoli all’ascolto, ma se quelli che vorranno investigare la realtà degli avvenimenti passati e di quelli futuri… considereranno utile la mia opera, tanto basta. Essa è un possesso che vale per l’eternità più che un pezzo di bravura, da essere ascoltato momentaneamente». Tucidide afferma, nella sostanza, che la storia ha un valore etico e perciò esistenziale; apre la mente alla conoscenza della verità.
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   Esempi emblematici di applicazione del metodo storico 2. W. Jaeger, autore di una monumentale opera sulla formazione dell’uomo greco (Paideia, in 3 volumi), sintetizza il suo pensiero in Cristianesimo primitivo e paideia greca (1961), che raccoglie i suoi ultimi contributi. Per Jaeger si può parlare di intelligenza cristiana della storia. Egli non applica un metodo diverso ma: a) non esclude a priori una dimensione che è propria del sentire cristiano cioè l’intervento di Dio nella storia; b) apre la ragione a comprendere oltre il dato. Il dato in se stesso va sempre conosciuto in profondità e interpretato ma alcuni dati, alcuni eventi non si spiegano ‘da soli’ ma rimandano ad altro, ad agenti sconosciuti, a qualche cosa che sfugge all’umano e lo trascende. Per questo il dato deve essere preso nella sua interezza e sottoposto ad un vaglio critico senza pregiudizi (di fronte al miracolo evidente del quale era testimone, Emile Zola, per ‘coerenza’ con la sua posizione preconcetta – che Dio non esiste – rifiutò l’evidenza).
   Jaeger, filologo e storico, si avvicina ai problemi con il rigore dello scienziato ma considera la storia ut si Deus daretur, e non disdegna di parlare di Dio in termini provvidenziali, attraverso un percorso storico all’interno del pensiero greco.
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      Esempi emblematici di applicazione del metodo storico 3. Gaetano De Sanctis ribaltava l’affermazione di Cicerone (De oratore II 36) historia magistra vitae in vita magistra historiae. La vita (il presente, che è /dovrebbe essere coscienza del passato) insegna a comprendere la storia; la coscienza del presente permette di riconoscere la “storia”, cioè tutto quello che sta dietro e prima e perciò le radici del presente (cfr. Ratzinger, Senza radici). Da questa considerazione discende il fatto che il “divenire”, “il fluire” della storia non intacca la sua ‘stabilità’ (gli eventi del passato). Può sembrare un’affermazione degna di Monsieur de la Palisse, invece è essenziale. In conclusione non esiste per la storia una variabilità determinata da chi la ricostruisce (non si parla qui di neutralità della ricostruzione storica, bensì della tensione verso la verità storica).
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