Le donne nei primi secoli cristiani

di Moreno Morani

(da Tempi, 13 maggio 2010)

 
La lettura diretta dei testi cristiani più antichi dà risultati spesso sorprendenti: certo fornisce informazioni molto distanti da quelle che ci propina una certa vulgata generalmente accolta in modo acritico. Secondo questa vulgata il Cristianesimo avrebbe considerato la donna un essere inferiore (a malapena le si poteva concedere la qualifica di essere umano), e l’avrebbe relegata in una posizione subordinata privandola di qualunque ruolo nella società. Per avere un riassunto di questa visione, con un’antologia dei più triti luoghi comuni, basta consultare quella sintesi ufficiale del pensiero corrente che è Wikipedia alla voce Stloria della donna nel Crisrtianesimo. Per la verità l’edizione italiana di Wikipedia offre di tutto e di più: rispetto alle corrispondenti voci straniere (inglese e francese) che, va onestamente detto, sono molto più equilibrate nel giudizio, l’edizione italiana aggiunge un paragrafo supplementare in cui viene contrapposto al Cristianesimo cattivo e maschilista lo Gnosticismo buono (che non solo sarebbe più propenso a valorizzare il ruolo delle donne, ma addirittura sostituisce al Verbo, il Logos maschile, il Silenzio, l’Alogia femminile, come principio della Creazione).
Se si mette mano ai testi le cose risultano diverse. Bastino alcuni esempi tratti dall’immenso materiale a disposizione. San Gerolamo, personaggio di grandissimo rilievo culturale vissuto nel V secolo, traduttore della Bibbia e autore di molti trattati di interesse letterario e dottrinale, fu per alcuni anni l’assistente spirituale di molte giovani donne della nobiltà romana. Ad alcune di loro indirizza delle lettere che ci sono conservate nel suo epistolario. Che tipo di dialogo intrattiene con queste donne? In alcune lettere tratta di problemi relativi all’interpretazione e alla traduzione dei testi sacri, in altre parla dei problemi attuali della comunità ecclesiale, allora percorsa da eresie e divisioni. Un’immagine ben differente dunque dallo stereotipo della donna priva di istruzione che ci viene fornito abitualmente: le giovani che Gerolamo segue hanno una preparazione culturale di prim’ordine e assurgono al livello di interlocutrici con le quali discute, alla pari, di problemi complessi e delicati. Oltre tutto alcune di loro non erano in una posizione facile: venivano da famiglie pagane e i genitori si opponevano alla loro scelta cristiana, e soprattutto allo stile di vita ascetico e rigoroso a cui le indirizzava Gerolamo: nemmeno Gerolamo del resto ebbe vita facile a Roma: l’opposizione che incontrò in alcune famiglie (anche cristiane) della nobiltà romana gli costò infine la possibilità di succedere al Papa Damaso I.
Amiche di San Gerolamo (stampa XIX secolo)Tra le allieve di Gerolamo vi era Melania, una ricca donna che aveva perso il marito e due figli in giovanissima età. Melania decise di imbarcarsi, insieme ad altre dame del suo stesso ambiente, e partì per l’Egitto, affidando il figlio che le era rimasto a un tutore. Qui visitò i monaci del deserto e li aiutò nelle difficili circostanze della persecuzione scatenata dall’imperatore Valente, ostile alla Chiesa e fautore dell’eresia ariana. Poi dall’Egitto passò in Palestina, dove fondò un monastero femminile a Gerusalemme. Melania rappresenta un tipo di donna cristiana colta, impegnata, capace di grandi iniziative. Ma non è un caso isolato.
Molte epigrafi tombali di donne cristiane dei primi secoli ricordano, tra le qualità della defunta, la sua attività. La sposa cristiana non è solo una madre dolce e una sposa fedele, di cui si ricorda la castità o la religiosità: tra le sue qualità vi è anche l’impegno nell’offrire un aiuto concreto ai poveri con opere di carità: in poche parole, ha un ruolo attivo nella società. Di una certa Postumia Matronilla, sepolta in Tunisia, si dice (tra l’altro) che fu buona mamma¸ nonna affettuosissima, pudica, religiosa, laboriosa, frugale, capace, pronta, sollecita. E’ solo un esempio fra i tanti che si potrebbero citare in una folla di donne comuni, di cui non conosciamo altro che il nome.
Questa operosità si traduce anche in una capacità espressiva che manca alle donne pagane. In tutta la letteratura latina pagana abbiamo (e con molti dubbi) un solo testo scritto da una donna: le poesie di una ragazza romana, Sulpicia, che narra la sua storia d’amore con un certo Cerinto (se non si tratta, come alcuni pensano, di una finzione letteraria). Nel Cristianesimo i testi di latino femminile sono numerosi, a partire dal diario con cui Vibia Perpetua, una matrona cartaginese poco più che ventenne, arrestata insieme ai suoi servi mentre allattava il suo bambino, narra le sofferenze e le torture sofferte prima dell’esecuzione capitale. Un altro famoso testo di latino femminile è il diario di viaggio di una non meglio conosciuta Egeria (o Eteria), che verso la fine del IV secolo si reca in Terra Santa e ci fornisce importanti informazioni sui luoghi visitati e sui riti della Settimana Santa, a cui assiste di persona. Ma il caso più clamoroso è quello di Hrosvitha, che visse nel X secolo e fu madre badessa del convento di Gandersheim, in Sassonia: questa donna, che visse in convento per tutta la vita, rielabora le commedie del poeta comico latino Terenzio e scrive sei drammi di argomento cristiano che sono un monumento letterario per molti versi unico.
Con Hroswitha ci siamo inoltrati in un’epoca che ha caratteristiche culturali diverse. Ma il passaggio ci serve per mostrare che esiste un filo unitario. Naturalmente non neghiamo che siano esistite anche situazioni differenti, ma il giudizio sintetico su una cultura e su un’epoca (premesso che le sintesi si prestano sempre a obiezioni) deve tener conto di tutti i fatti: etichettando il Cristianesimo primitivo come maschilista e misogino si compie un’operazione antistorica e tendenziosa. Il “caso Ipazia”, recentemente esploso con l’uscita del film Agorà, è esemplare. Chi pensa che Ipazia sia stata uccisa o per le sue idee o perché rivendicava un ruolo che non competeva alle donne costruisce sul nulla: esistevano donne altrettanto colte e altrettanto di spicco nella comunità cristiana: ma oggi una Perpetua, martire (storica) della fede cristiana, una fra le molte, non fa altrettanto sensazione quanto un’isolata Ipazia, martire (presunta) del femminismo o del libero pensiero. Chi parla di un’insofferenza cristiana per l’eccessivo protagonismo femminile dimentica, per dirne una, Teodolinda, che fu l’artefice della conversione di un intero popolo, i Longobardi. Nel caso di Ipazia si tratta di scegliere tra la fantasia letteraria e la documentazione storica: se si legge l’articolo su Ipazia della Pauly-Wissowa, la più ampia e autorevole enciclopedia specialistica sull’antichità (decine e decine di volumi ricchi di dati accuratamente vagliati e discussi), risulta chiaro che praticamente nulla di quanto si legge in questi giorni è basato su fatti. Non voglio dare un giudizio sul film, che non ho neppure visto, ma sulla disputa in atto. L’essenziale è sapere se si parla di fatti storici o no: dopo di che anche su Babbo Natale si possono fare romanzi, drammi o film, magari anche belli. La stessa cosa vale, ad esempio, per la leggenda medievale di Giovanna la Papessa: si tratta di pura fantasia, di tradizioni nate e trasmesse a margine della storia. Per conoscere qualche documento serio sulla condizione della donna nella Chiesa nei primi secoli ci si deve rivolgere altrove.
Una nota studiosa di storia medievale, Régine Pernoud, pubblicò anni fa un pamphlet intitolato “Pour en finir avec le Moyen Âge”, che contiene anche un capitolo sulla condizione femminile nel Medioevo. A chi ripete superficialmente che secondo la dottrina dell’epoca le donne non avevano l’anima, la Pernoud ribatte, sulla base di documenti, che la donna in Francia aveva allora un ruolo sociale più ampio e maggiore spazio rispetto a epoche più vicini alla nostra: queste donne medievali senz’anima sono spesso colte, impegnate, amministrano fondi o imprese che creano lavoro e benessere: donne in carriera. Non possiamo qui riprendere tutti gli esempi e le argomentazioni della studiosa, ma basti questo: nel XII secolo il predicatore Roberto d'Arbrissel fondò un ordine monastico e costruì a Fontevrault (in Francia) un monastero femminile e un monastero maschile, lasciando alla badessa (non all’abate) il compito della direzione di entrambi.
Qualche volta la realtà sorprende: e troppo spesso la fantasia, ripetuta, diffusa e accolta senza verifica, rischia di sostituirsi alla realtà.
 
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